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Nell’intento di formulare una corretta risposta alla lettera a firma F.
6, Dic 2021

Nell’intento di formulare una corretta risposta alla lettera a firma F. N. che abbiamo ricevuto recentemente, ci siamo ritrovati a riflettere su temi davvero importanti e ci siamo sorpresi a fare tante considerazioni alcune delle quali sono rimaste particolarmente impresse nella nostra mente, forse perché non siamo stati capaci di darci una risposta convincente. Abbiamo, perciò, deciso di farvene parte per chiedere, a questo proposito, il vostro aiuto.

Il primo grave dubbio consiste, per parafrasare il nostro amico F. N., nella considerazione che «Il nostro è un mondo in cui, forse, si sta dando più importanza alle parole che ai concetti che esse sottendono».

Si parla, così, di terminologie “discriminanti”, ma che cosa cambia se definiamo un disabile “persona con una disabilità”, o “non vedente” un cieco? Forse che il primo vedrà diminuito l’impatto della sua disabilità, o il secondo ci vedrà un po’ meglio? Forse che l’innegabile differenza tra loro e un “normodotato” così scomparirà? O siamo, davvero, convinti che la “discriminazione” sia causata dal termine usato e non dal problema che affligge la persona in questione.

Così, invece di cercare di adattare il nostro mondo di “normali” alle necessità di coloro che si trovano in difficoltà, invece di procedere all’abbattimento delle barriere architettoniche, per esempio, o all’installazione di semafori acustici, abbiamo l’impressione che ci accontentiamo di dimostrare la nostra solidarietà cambiando le parole con cui definiamo le persone meno fortunate di noi, quasi che, in questo modo, sia possibile annullare ogni diversità e far trionfare quel concetto di eguaglianza da cui, pare, non sappiamo prescindere.
Non vorremmo mai che questo, tanto disperato quanto evidente, bisogno di appiattire ogni disuguaglianza terminasse, poi, per proiettare un’ombra di minus valore sulle persone che ne sono vittima.

A nostro modo di vedere non c’è nessuna diminutio nell’esser ciechi, o nell’essere disabili, c’è, solo, il sacrosanto diritto di attendersi la solidarietà dei più fortunati.
Non sarebbe meglio, allora, parlare dei concetti e non delle loro etichette, non sarebbe preferibile sostituire, in qualche caso, il concetto di “eguaglianza” con quello di “equivalenza”, di parità di diritto, insomma, di perseguire una vita serena?
In parole povere e per fare un banale esempio, temo che ci si stia preoccupando più dell’etichetta della bottiglia, che del vino ch’essa contiene.

Siamo, così, giunti alla convinzione che, per affrontare seriamente la questione “disabilità”, siano necessari solidarietà e amore piuttosto che neologismi poco “discriminanti” e ci sembra davvero un po’ troppo poco ridurre la nostra solidarietà alla scelta di una terminologia, talvolta solo apparentemente più gentile.
Vi saremmo davvero grati se voleste dedicare qualche minuto a esprimere il vostro parere in proposito.

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